Sul romanzo di formazione

Siamo soliti leggere nel romanzo psicologico, e più in particolare nel cosiddetto ‘romanzo di formazione’, di un certo grado di sviluppo della personalità del protagonista, elemento che, per l’appunto, caratterizza in termini ‘psi’ il testo in questione.

E’ quello che abbiamo amato per esempio in Huckleberry Finn, nel suo avventuroso viaggio lungo il corso del Mississippi, on in Peter Cadenzind e nel suo travagliato rapporto con l’alcol, oppure nell’identificazione immaginativa di Bastian con Atreju nella Storia infinita. La personalità evolve come processo intrapsichico, come reazione a esperienze formative della vita, come evolverebbe un campo seminato se ben curato durante l’inverno. La crescita ci appare quasi un processo culturale, scolastico: avere seguìto determinate lezioni e letto certi libri, trasforma un bambino in un ragazzo o un adolescente in un giovane.

In questo modo, tuttavia, dimentichiamo che gran parte della ricchezza della personalità di un individuo (nella vita reale, non solo nel mondo della letteratura) e direi anche della sua ‘salute’, è data dalla rete di legami e di affetti di cui egli ha la possibilità di circondarsi. E questa rete di legami e affetti è altrettanto determinante nella sua crescita, se non più, della sua capacità di rapportarsi alle vicende della quotidianità e auscultarne le reazioni all’interno della propria coscienza.

Anna Karenina, per esempio, non può parlare con nessuno della sua drammatica condizione e proprio per questo soccombe ai suoi stessi rimproveri. Natasha Rostov di Guerra e Pace, al contrario, è ‘salvata’ proprio dalla rete di amici e conoscenti che lei e la sua famiglia si sono costruiti nel corso del tempo.

Guglielmo da Baskerville, nel Nome della Rosa, è per Adso da Melk qualcosa di più di un semplice alter ego adulto. E’ il catalizzatore della sua crescita intellettuale, umana e spirituale. E come ogni buon catalizzatore non compie il lavoro al suo posto, ma lo rende possibile consentendo un vitale gioco di sponda.

Ecco cosa manca a mio avviso al romanzo di formazione, il gioco di sponda. A volte fa crescere di più e meglio la parola giusta detta da un amico, che cercare di uscire da soli da un empasse che ci sembra insuperabile.

John Lennon e gli “spoilt children

“John Lennon, fondatore e leader dei Beatles, può essere definito un bambino deprivato?” Quanto sovente mi viene posta questa domanda: da qualche nostalgico degli anni Sessanta, da adolescenti rocchettari, o da aspiranti “bastiani contrari”, che farebbero di tutto pur di far parlare un po’ di sé, e poter affermare di essere diventati più famosi del Papa.

Solitamente sintetizzo la risposta con un secco non lo so, visto che non ho mai avuto John Lennon tra i miei pazienti; ma devo riconoscere che la domanda non è mal posta, e che forse chi me la presenta non è proprio un neofita di letture psicanalitiche.

Certamente il “Nowhere man” incarna in sé l’ideale più puro dell’artista che vive per la sua arte e non per il successo. Altrettanto certamente il Tricheco ha scelto di inseguire i propri ideali, per quanto visionari, ad ogni costo, come un vero idealista, persino a quello di sacrificare la sua credibilità di artista.

Tuttavia in alcune sue opere, non solo musicali, è innegabile come traspaia un certo dolore della vita, un rovello interiore, per dirla col poeta. Un rovello da anima fragile e sensibile. Ma anche un rovello tale da non renderlo mai veramente soddisfatto, nonostante alcune sue tardive affermazioni.

Non occorre essere un fan dei Beatles per sapere come egli abbia avuto un’infanzia tormentata. Nella canzone Mother, tuttavia, in cui accusa i genitori di averlo prima generato senza amore e poi abbandonato, si ha l’impressione che questa infanzia continui a tormentarlo anche da adulto. Che sia un cruccio, un punto di fissazione. È come se non riuscisse a superare alcuni momenti del suo passato, come se se li sentisse ancora addosso. In Woman ringrazia la moglie di saper vedere anzitutto il bambino, nascosto nell’uomo.

Dalla storia sappiamo che a questa infanzia tormentata è seguita una giovinezza decisamente piena di successo e di fama. Ma è stata una giovinezza felice? John Lennon dà corpo ad uno dei più grandi fenomeni artistici del Novecento, ma questo non lo ha reso né sereno né soddisfatto. Com’è possibile, mi si chiede? Hai il mondo ai tuoi piedi, la Regina ti nomina baronetto, e tu che fai? Gridi “Aiuto, aiuto, aiuto”? Quello con i Beatles era tutto solo “Tempo preso in prestito”, dirà.

Secondo la teoria psicanalitica contemporanea gli “spoilt children” sono bambini gravemente deprivati. Sono bambini a cui è stato omesso un soccorso, che hanno sofferto per qualche cosa che non hanno avuto, e che invece li avrebbe salvati da una catastrofe. Molti di essi, da adulti, trascorrono molto tempo ricercando quel soccorso, quasi nell’illusione che trovarlo possa riscattare le sofferenze che hanno avuto nell’infanzia. E trascorrono molti anni inquieti e insoddisfatti, proprio a causa di questa ricerca che diventa infinita.

Ora, noi non possiamo stabilire se John Lennon abbia distrutto la sua creatura per motivi artistici o perché insoddisfatto a priori del rapporto con un amico molto più sereno e scanzonato di lui. Questa è una domanda che i fans di ogni epoca continueranno a porsi, senza poter avere vere risposte. Quello che certamente possiamo affermare, invece, è che sono state proprio le sofferenze e le difficoltà che John Lennon ha attraversato nella sua infanzia che hanno fatto di lui l’artista che tutto il mondo ha apprezzato. Soprattutto per quanto riguarda la sensibilità per i più deboli, gli indifesi e all the lonely people.

Analfabetismo affettivo

Una parte del mondo accademico lamenta una certa involuzione nel livello culturale della popolazione in Italia. Questo fenomeno viene da alcuni definito “analfabetismo di ritorno”, vale a dire un processo di perdita sistematica di alcune competenze acquisite con la scuola dell’obbligo, perdita dovuta al loro persistente inutilizzo.

Dal mio punto di vista devo notare come l’analfabetismo di ritorno riguardi anche alcune capacità emotivo – relazionali basilari, fenomeno a cui si può attribuire il termine di analfabetismo affettivo.

Durante gli anni della scuola dell’obbligo gli individui vengono educati (di massima) ad una serie di capacità pro-sociali, quali la lealtà, l’impegno, la competizione sana, ecc… in vista dell’ingresso nel mondo della vita da adulti; Sappiamo quanto presto i giovani scoprano come queste capacità siano un corredo idealistico insufficiente, da sole, per affrontare la vita.

 

Ma nel corso dell’infanzia e della prima adolescenza vengono apprese anche alcune competenze affettive e relazionali di base, soprattutto nel rapporto con i care givers e con i coetanei, che consentono di comunicare e di percepire i vissuti emotivi più profondi.

Si ha l’impressione che anche queste competenze vengano pian piano dimenticate, sostituite da una crescente de individualizzazione dei rapporti, per esempio sul web, che rende superfluo conoscere il mondo interiore di chi si ha difronte o saper comunicare il proprio. Ne consegue una standardizzazione delle emozioni (ben espresse per esempio dagli emoticons) e quindi una crescente difficoltà nel maneggiare le emozioni vere, quelle per esempio all’interno di una relazione affettiva.

Quando si è davanti ad una persona e si è arrabbiati con lei o felici, non è possibile usare emoticons, perché si corre il rischio di essere superficiali o inadeguati. Così come quando si è in ufficio, in fila alla posta o in una assemblea di condominio non è possibile utilizzare espressioni da social network, perché si rischierebbe la rissa; In tutti questi casi sarebbe molto utile sapersi sintonizzarsi con le persone e i contesti, ma è questo che molte persone oggi non riescono a fare. Disabituati a leggere i propri vissuti, a interpretarli e a comunicarli, stanno scivolando verso una sorta di analfabetismo affettivo. Di ritorno, però: perché quelle capacità, un tempo, tutti le possedevano, e tutti le sapevano, bene o male, utilizzare, per comunicare con le persone più o meno importanti della loro vita.

la scelta del terapeuta

Nella scelta del terapeuta c’è la chiave di volta della terapia.

Per quale motivo scegliamo un terapeuta piuttosto che un altro? Certamente per ragioni pratiche, come la distanza da casa, la disponibilità dei suoi orari o le sue tariffe, certamente per assonanze teoriche, magari abbiamo letto qualcosa di suo e siamo colpiti dal suo pensiero, o sappiamo già come lavora perché ce lo hanno consigliato. Ma anche per altre motivazioni: più profonde, istintive, e per questo meno chiare a noi stessi. Semplicemente sentiamo che di quella persona possiamo fidarci.

Fanno parte di queste le motivazioni legate all’età e al genere del terapeuta.

 

Per ciascuno di noi è indifferente andare in terapia da un uomo o da una donna? E di quale età, più giovane o più maturo di noi?

 

Per quanto possa sembrare strano, questi elementi pesano sulla scelta di più delle assonanze teoriche o della prossimità delle sue tariffe alle nostre tasche.

 

Vi sono donne, per esempio, che rifiuterebbero categoricamente di avere come terapeuta una donna molto più giovane di loro e anzi preferirebbero un terapeuta uomo e più maturo. In questa relazione terapeutica esse si sentirebbero più accolte e più disposte ad aprirsi.

Alcuni uomini, al contrario, sentirebbero come più invasiva la figura di un uomo maturo, e si sentirebbero più a loro agio nel rapporto con un coetaneo. E così via.

Per ciascuno di noi questi elementi hanno dei significati molto personali. In genere non pensiamo a questi aspetti, ma tuttavia essi non solo sono presenti, direi che siano centrali, determinanti, nella scelta di un terapeuta. E di conseguenza parte integrante della riuscita della psicoterapia.

Quale cultura “europea”?

Alcuni intellettuali si impegnano a cercare radici comuni tra le culture europee, per dimostrare che l’Unione è anzitutto un fatto culturale, prima ancora che economico.

 

Noto come il nostro sforzo sia sempre in direzione di nascondere il diverso dalla nostra vista. In altre parole, mi sembra simile a quello che facciamo – involontariamente – quando nascondiamo alla nostra coscienza diretta alcuni eventi del nostro passato che in qualche modo ci turbano.

Mi spiego: siamo tutti d’accordo, per esempio, nel ritenere che l’area geografica appartenuta alla Roma antica sia da considerare “Europa”. Eppure accettiamo con difficoltà che anche quello che è stato “l’Impero romano d’Oriente” faccia parte dell’Europa con la stessa pienezza di diritti; Perché questa reticenza?

Quei popoli hanno usanze un po’ diverse dalle nostre, d’accordo, ma si chiamavano pur sempre romani! Dunque, per noi non tutti i discendenti dei romani sono europei, ma solo quelli che ci piacciono di più.

 

Questa operazione alla lunga è rischiosa, può portare a dei malintesi, per non dire a dei conflitti, per lo meno ideologici, si spera. Infatti mi ricorda, per certi versi, quello che facciamo con l’inconscio: sappiamo benissimo che alcune cose della nostra storia influenzano la nostra vita, ne fanno parte in maniera diretta, ma ciononostante ci ostiniamo a nasconderle alla nostra vista.

 

Quanto e a chi è utile tutto questo? In realtà a tutti e a nessuno allo stesso tempo. Sappiamo che molte persone faticano ad accettare alcuni eventi della propria storia. Un lutto per esempio, o un trauma. O un legame di sangue: conosco fratelli che hanno deciso di riconoscersi per tali solamente dopo la morte di una persona molto cara a entrambi. Per questo ritengo che quando si parli di “cultura europea” non si debba soltanto pensare ai punti di contatto tra le tradizioni più simili, ma pure ai punti di contatto più scomodi, meno evidenti, che pure esistono, tra tradizioni culturali contigue e per questo non totalmente estranee.

rifondare l'umanesimo

La crisi che stiamo attraversando non è solamente economica. Essa è culturale, sociale e anche politica. Inoltre è anche una crisi di identità: di identità territoriale, per esempio, di identità culturale, e anche di identità di genere.

Per superare questa crisi è necessario ripartire dall’uomo, rimettere l’uomo al centro della discussione culturale, sociale, politica. Per questo diciamo che serve una nuova forma di Umanesimo.

Un Umanesimo che abbracci tutta la cultura giudaico-cristiana e platonico-cartesiana, e la sappia riattualizzare ad oggi. Cosa ci hanno insegnato la storia della filosofia e dell’arte? Dove possiamo cercare le vere radici delle nostre identità perdute?

La psicoterapia è uno degli strumenti migliori, fra quelli della cultura scientifica contemporanea, per rispondere a queste domande.

Fumo e regressione: la fase orale

Portare qualcosa alla bocca. A chi non è capitato, in un momento di dubbio o di concentrazione, per esempio a scuola durante un esame, o davanti ad un computer nello sforzo di ricordare un indirizzo mail, di toccarsi le labbra, accarezzare i baffi o di mordere il tappo di una biro? Atavico gesto propiziatorio, (forse ricordo ancestrale di un biberon carico di energia, che solitamente era in arrivo proprio mentre sentivamo stimolare quella zona?) portare qualcosa alla bocca non ha certo nulla a che vedere col problema che dobbiamo affrontare, eppure sovente lo facciamo. Così il fumatore incallito ha trovato un modo per stimolare continuamente la sua zona orale: egli ripete l’azione ogni volta che un’emozione abbastanza forte si frappone fra lui e la sua giornata.

L’atto assume un carattere di dipendenza, inoltre, anche perché diventa una forma di condizionamento. Avvicinare una sigaretta alle labbra ha di certo anche l’effetto di anticipare il piacere - enorme - del gusto di tabacco in gola e della nicotina in testa. Ecco allora che il fumare è composto da almeno due fasi. Dapprima l’accensione della sigaretta e il suo avvicinamento alla bocca, poi l’assunzione della nicotina. Per smettere, a mio avviso, è la prima delle due la più difficile a cui rinunciare.

Adhd: la comunicazione con le famiglie

E’ la comunicazione con le famiglie l’ostacolo più grande che talvolta devono superare gli insegnanti che lavorano con “casi difficili”, come l’adhd.

Il naturale alleato di ogni docente può diventare un avversario imbattibile quando si schiera dalla parte del figlio ideale, vale a dire quando nega le difficoltà del bambino nel percorso scolastico, e imputa agli insegnanti le cause di queste difficoltà.

Il corpo docente si trova così messo fuori gioco dall’incapacità della famiglia di accettare i limiti del bambino, e comincia a spendere le sue energie nel cercare strategie comunicative efficaci, in quella che diventa invece una comunicazione impossibile.

Durante la gravidanza, in genere, le famiglie aspettano un bambino e lo sognano, lo immaginano, lo pensano con una serie di caratteristiche fisiche, mentali, temperamentali. Questo è il cosiddetto bambino ideale. Quando il bimbo nasce, però, difficilmente potrà avere tutte le caratteristiche fantasticate, e così i genitori dovranno scoprire pian piano il bambino reale, e adattare a lui tutti i sogni e le aspettative ne nutrivano.

Quando il bambino ha dei problemi nell’ambito scolastico, come nel caso del disturbo da deficit di attenzione/iperattività, (adhd) per esempio, ma non solo, i genitori possono vivere una situazione analoga. Essi scoprono che il bambino ideale, (bravo a scuola, diligente e all’altezza di tutte le sfide) non esiste, mentre invece esiste un bambino con delle difficoltà concrete di adattamento al contesto scolastico.

Così, il genitore può arrivare a “negare” che il figlio abbia delle difficoltà, o le può imputare a fattori esterni (le inefficienze del sistema scolastico, o presunte incapacità degli insegnanti). In questi casi diventa della massima importanza che il corpo docente trovi la giusta strategia comunicativa, per spiegare in cosa concretamente consistano le difficoltà del bambino. Una buona comunicazione può coinvolgere i genitori nel processo educativo, una sbagliata modalità può farli arroccare su posizioni difensive. Dalla riuscita di questa comunicazione può dipendere il destino di un anno scolastico o di un intero ciclo di studi.

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